Tra shiai ed enbukai

In una delle sue pochissime interviste rilasciate, Mitsuteru Ueshiba rifletteva qualche anno fa sul futuro dell’Aikido. La tesi del pronipote del Fondatore dell’Aikido è riconoscere che i tempi cambiano e, proprio per questo, l’essenza di una disciplina deve rimanere sempre la stessa.

La storia dell’Aikido e della sua diffusione è tutt’altro che lineare, come lo è quella di qualsiasi innovazione. C’è però sicuramente qualcosa che ha acceso l’interesse e i cuori tanto dei primi allievi di Morihei Ueshiba, quanto di chi stasera entrerà in un Dojo per la prima volta.

È fin troppo comodo liquidare questo qualcosa col termine “tradizione“. Esiste del resto un nucleo centrale, fatto di valori e di pedagogia in movimento che attira, affascina e supporta lo sviluppo personale. Ieri come oggi.

Fin dalla sua origine, l’ Aikido non nasce per stabilire chi sia il più forte, ma per trasformare il rapporto con il conflitto. La sua pratica non è finalizzata alla vittoria su un avversario: mira alla consapevolezza, alla costruzione della persona attraverso la relazione e alla ricerca dell’armonia. Lavora sull’ego, stimolato dallo stress della conflittualità per restituire un rapporto meno…egocentrico. Con se stessi e con gli altri.

È a partire da questa differenza che possiamo riflettere sul significato di due termini della tradizione marziale giapponese: shiai ed enbukai. Il loro accostamento ci permette di individuare una possibile direzione per l’Aikido: superare la competizione come criterio di confronto e privilegiare la dimostrazione e la condivisione come linguaggio primario dell’arte.

Il termine shiai (試合) indica una gara o un incontro competitivo. Il confronto si svolge secondo regole definite e produce un risultato: un vincitore e uno sconfitto.

Questa logica è propria dello sport agonistico, nel quale misurare le prestazioni e determinare chi prevale costituisce una parte essenziale dell’attività. Il ricorso alla vittoria come obiettivo introduce un punto in cui la logica suggerisce una contraddizione: il partner, indispensabile per apprendere, diventa qualcuno da sconfiggere.

Chi è abituato a praticare sport da combattimento dirà che è proprio grazie alle tante sconfitte e alle vittorie, ottenute entrambe grazie alla presenza di un avversario, che è possibile una progressione. E non dice qualcosa di sbagliato.

Nella prospettiva del Fondatore dell’Aikido, che si è trasmessa fino a suo pronipote, tale contraddizione diventa dirimente. Con ogni probabilità, l’effetto combinato della banalizzazione della sportivizzazione occidentale da un lato e, dall’altro, il concetto di vittoria ottenuto attraverso una sopraffazione lesiva dell’avversario, è alla radice di questo sentire, che è arrivato fin qui.

In 合気道技法 – Aikido Giho, una pubblicazione il cui autore è Kisshomaru Ueshiba, mentre il padre Morihei compare come responsabile editoriale compare per la prima volta l’indicazione del divieto di competizioni (shiai).


La motivazione risuona nelle “memorie del fondatore” raccolte dal figlio e pubblicate postume. In un passaggio, in cui risuona forte l’influsso delle nuove religioni, nazionaliste e unificatrici, quali era anche l’Oomoto Kyo, si legge:

Lo scopo dell’Aikido -e il nobile spirito su cui fondare un ordine universale- non è invadere una nazione o togliere la vita; è piuttosto garantire che ogni individuo trovi il proprio giusto posto e possa prosperare. Esso mira a unire l’umanità in una grande famiglia globale, in cui ciascuno agisce come parte integrante di un tutto unificato, contribuendo attraverso il proprio ruolo specifico. Questa, credo, fosse la profonda visione dell’Imperatore Meiji. Attraverso la preghiera costante, ci impegniamo a prevenire i conflitti; ecco perché l’Aikido vieta rigorosamente le gare competitive. In verità, l’Aikido incarna uno spirito d’amore dinamico e propositivo: uno spirito dedito all’armonia e alla pace. Si utilizza la forza del proprio amore per accogliere e unire a sé l’altro; è proprio grazie alla presenza dell’amore che si è in grado di purificare l’altro.

Nel vietare lo shiai è ragionevole supporre che Morihei Ueshiba sottolineasse la natura non violenta dell’esecuzione tecnica. Quanto questo sia stato compreso e applicato, a partire dalle espressioni fisiche dei suoi studenti, diventati a loro volta responsabili di linee di propagazione dell’Aikido, lo lasciamo alla riflessione di ciascuno.

L’assenza di competizioni non ha impedito, in diverse situazioni nelle varie epoche, di lussare o rompere un’articolazione al malcapitato uke di turno. Eccezioni ma pur sempre meritevoli di riflessione.

Proprio perché bisogna accettare che i tempi cambiano e lavorare perché questo continuo coambiamento non spenga la fiamma della tradizione nel suo senso più elevato, bisogna avere coraggio.

Superare lo shiai significa dunque mantenere l’idea iniziale. Evitare che il valore dell’Aikido debba essere dimostrato sconfiggendo qualcuno. Non basta eliminare il punteggio o cambiare le regole: occorre abbandonare la vittoria come misura della propria superiorità.

L’enbukai (演武会) è una dimostrazione pubblica di tecniche marziali. A differenza dello shiai, non richiede necessariamente un confronto competitivo né la proclamazione di un vincitore.

La sua finalità può essere quella di rendere visibile ciò che viene appreso nel Dojo: la qualità del movimento, il controllo, il tempismo, la relazione tra uke e tori nel rispetto della reciproca integrità fisica ed emotiva e la comprensione dei principi dell’Aikido.

Il passaggio dallo shiai all’enbukai rappresenta quindi, sul piano culturale e pedagogico, un cambiamento sostanziale. Non confrontare i praticanti per stabilire chi sia superiore, ma offrire a se stessi e alla società (che può partecipare come pubblico, cosa che in un Dojo non è possibile) una testimonianza della propria pratica.

Nell’enbukai, uke e tori non sono rivali impegnati a prevalere l’uno sull’altro. Sono entrambi necessari alla dimostrazione: ciò che viene mostrato nasce dalla loro collaborazione, dalla fiducia reciproca e dalla qualità del lavoro condiviso. Per il fatto che accettano questo tipo di confronto, per di più in pubblico, hanno già vinto. Ma nel senso più alto del termine.

Naturalmente, anche una dimostrazione può diventare una competizione informale, se viene utilizzata per affermare la superiorità di una persona o di una scuola. L’enbukai non supera automaticamente lo shiai per il solo fatto di essere una dimostrazione: lo supera quando cambia la finalità dell’incontro, passando dalla ricerca della vittoria alla trasmissione dell’arte.

Serve quindi cambiare il criterio del confronto. Lo shiai pone una domanda: chi ha vinto? In termini precedenti al Budo moderno: chi è sopravvissuto?

L’enbukai, inteso come espressione dei principi dell’Aikido, ne pone un’altra: che cosa abbiamo imparato e che cosa siamo capaci di trasmettere?

Questo cambiamento non implica rinunciare alla verifica delle capacità. La tecnica deve essere studiata con serietà, l’allenamento richiede rigore e gli esami di grado possono valutare il percorso compiuto. Ma verificare una competenza non significa necessariamente competere per stabilire una superiorità.

Il valore della pratica si misura nella qualità del movimento, nella capacità di adattarsi, nel controllo e nella relazione con il partner. La crescita individuale non richiede un perdente.

Nella visione dell’Aikido trasmessa da Fondatore fino ad oggi, la forza non trova il suo significato più alto nella vittoria sull’altro. La pratica marziale diventa una via per comprendere e gestire il conflitto senza giustificarne la logica né l’escalation

Per questo, il passaggio dallo shiai all’enbukai non dovrebbe essere considerato un semplice cambiamento di formato, ma una scelta sul significato dell’Aikido. Da una parte, la competizione organizza il confronto intorno alla vittoria e alla sconfitta; dall’altra, una dimostrazione concepita secondo i principi dell’Aikido può trasformare il confronto in un’occasione di studio, condivisione e trasmissione.

Superare lo shiai significa smettere di usare l’altro per misurare la propria superiorità. Scegliere l’enbukai significa, invece, mettere la pratica al servizio di qualcosa che entrambi possono condividere.

Non si tratta di dimostrare chi è il più forte, ma di rendere visibile ciò che l’Aikido ci insegna: impegnarsi senza cercare un vincitore, praticare senza trasformare il partner in un rivale e riconoscere che il valore della via non sta nella sconfitta dell’altro, ma nella crescita che possiamo costruire insieme.

Disclaimer: Foto di Tran Kien da Pexels

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